Associazione Culturale per il recupero delle radici degli emigranti
martedì 25 novembre 2014
giovedì 20 novembre 2014
l'articolo 18, il Job act e la sentenza amianto
Nel leggere lo scandalo e la reazione che scatena ognuno di queste azioni, determinate tra l'altro da organi e istituzioni diverse, sembra che cause differenti, si tingono dello stesso colore (della bile) e scatenano la medesima furiosa protesta, lo stesso clamore, ma anche la stessa simile, determinata, corale inefficace ed inutile risposta: la stampa e i media fanno addirittura più rumore di quanto ne faccia la piazza, per poi chetarsi velocemente e sparire, lasciando il campo alla serena azione della confindustria, magistratura e governo. Ecco. Mi colpisce come il volume ed il tono dei giornalisti sia un tantinello più alto perfino di quello della Fiom e, proprio per lo stupore che suscita, sembra quasi produca un effetto soporifero della re-azione alle ingiuste soluzioni, ma che subito lascia quel silenzio ovattato dei campi avvolti dalla nebbia di novembre, come se cristallizzasse sulla piazza, le urla di chi reclama ingiustizia, come la brina sull'erba. Io ho la netta sensazione, che tutto faccia parte di un unico disegno e che gli antagonisti facciano fatica a leggere e intravvedere. non ho mai verificato i nomi dei giornalisti che firmano un pezzo, leggono le veline del tg, ma mi sembrano scandite allo stesso ritmo; se non sto attento alle parole, un qualsiasi servizio potrebbe sembrare che mi stesse parlando di una di quelle questioni indifferentemente. Insomma, i sindacati conducono manifestazioni e lotte contro l'abolizione dell'articolo 18 e il risultato qual'é? che viene cancellato. L'opinione pubblica ruggisce contro il possibile annullamento della sentenza sull'amianto e il risultato qual'é? l'annullamento per prescrizione. Tutti contrastano il Job/act, bollandolo quantomeno di inefficacia e il risultato? lo approvano tutti perchè non c'é alternativa. Questo cantare alla luna dei cojotes sembra addirittura manovrato da una regìa speciale. Ma quale dovrebbe essere la possibile alternativa? Io faccio fatica ad intuirne una. Non vogliamo più che i barconi scarichino sulle nostre coste una fetta di umanità in cerca di una fuga alla fame e alle guerre, ci sembra più giusto aiutarli a casa loro e smettere di derubarli delle loro risorse: il risultato non può essere altro che la delocalizzazione verso i paesi poveri ( e senza diritti sindacali) delle nostre industrie. Possono andare a produrre a più basso costo, in posti in cui non esistono leggi contro l'inquinamento, possono portare sviluppo e benessere in luoghi e Paesi poveri, non chiedevamo questo? Vogliamo che le fabbriche smettano di inquinare il nostro Paese, cosciente ormai giustamente che la terra vada difesa e non aggredita, ma come si fa tutto questo se non in questo modo? Vogliamo poi attrarre sul nostro territorio investimenti stranieri che creino nuova occupazione. Come si potrebbe fare se non abolendo completamente i diritti acquisiti di una classe operaia poco incline a farsi sfruttare come un cinese, poco disposta a produrre come uno stakanovista e farsi pagare come un africano? Lo si riduce disoccupato e senza futuro poi, dopo un pò di anni di fame e perdita di memoria di classe, gli si fa vedere un barlume di luce in fondo al tunnel della disperazione e della fame e vedrete che il gioco è fatto. Ma come si convincono gli investitori stranieri (Cinesi ad esempio) a venire ad investire nel nostro Paese se quelli possono già liberamente fare tutto questo nel loro Paese o in altri? Gli si mostra che anche se uccidi una cinquantina di abitanti all'anno con il mesioteloma o l'asbetosi, non sarai condannato alla fine e di non tenere conto di due giudizi dati in pasto alle famiglie per farli stemperare la protesta, non importa se i tempi del processo sono colpa dei giudici che li determinano (magari sapientemente per arrivare a quel risultato), tu non sarai condannato e non cacci fuori un centesimo: se son morti è colpa loro! Ecco. Io ora mi aspetto che tra due giorni, quando gli architetti che costruiscono i ponti di parole sulle questioni di cui sopra, avranno deciso che dobbiamo dimenticare l'accaduto, ci faranno dare in pasto, la notizia di una piccola ripresa dell'occupazione, grazie a nuovi timidi investimenti che possono, a seconda della nostra accoglienza, ritirarsi dalla scena o inondare il nostro Paese con un piccolo tsunami benefico. Ecco, mi aspetto questo. Perché se no come fanno a farci riaddormentare senza riflettere che se vogliamo che i capitali stranieri investano da noi, dopo non sono le "nostre" industrie che abbandonano il Paese, ma le loro che vengono ritirate dopo aver preso quello che vogliono. Come facciamo a continuare a dirci che quando il capitale straniero investe in Italia é bene, ma che se il capitale italiano investe all'estero é tradimento? E come facciamo a dirci che se in Cina muoiono operai che lavorano in condizioni pietose è normale mentre se in Italia uccidono qualcuno li costringeremmo a pagare e ad andare in galera? Queste non sono cose sostenibili, anzi, fanno proprio a cazzotti e, sul ring, il pugile chiuso sotto i colpi avversari nell'angolo, siamo proprio noi: la gente normale: quella che non conta niente!
lunedì 17 novembre 2014
l'Elogio del mò
L'elogio del "mo"
Questa particella dialettale, diffusissima nel parlato quotidiano, ma non ufficializzata nella lingua scritta, é, sicuramente, molto più efficace della definizione italiana del suo senso: "mo" é il prefisso della parola "momento" ed è efficacissima, a dispetto della dizione completa del "momento" che rifiuta proprio di specificare davvero quanto lungo sia il lasso di tempo che gli si vorrebbe attribuire: Momento,
sostantivo, sinonimi:
Chiunque può dirti "aspetta un momento", "un momento che arrivo", " può attendere un momento", "si accomodi un momento in sala d'attesa"; classico delle donne "sarò pronta tra un momento"...potremmo continuare all'infinito, ma tutti sappiamo che barba quel momento di attesa, assolutamente sconosciuto il tempo che durerà. Il "momento" ti pone in una condizione antipatica; tutti abbiamo la sensazione di subire una violenza, un furto indeterminato del nostro tempo che qualcuno ci sottrae a sua volontà. La dizione del momento è una bugia! la stessa etimologia della parola lo dice, ed usa proprio per affermarlo, la nostra amata particella a sottolineare che in quell'istante, contemporaneo e durevole solo il suono del "mo", sta il tempo della verità, per il resto è una menzogna: "mento"! D'altronde anche volendo prendere in esame altre estensioni e significati della parola, non facciamo altro che peggiorarne il suo uso: "ti faccio passare un brutto momento" è una minaccia di lunghe ed atroci sofferenze, altro che piccola frazione di tempo. Terribile poi la minaccia della mamma che, quando non ce la faceva più, ci gridava dietro come lanciasse un anatema: " quando glielo dirò a tuo padre vedrai che ti farà passare un brutto momento" una tortura che durava tutto il tempo dell'assenza del papà e che tramutava il suo agognato ritorno, da gioia in terrore per l'incertezza del castigo. Momento mantiene le promesse del suo sinistro significato: Mo-mento...quando ti trovi a passare un brutto guaio; "...sto attraversando un brutto momento", un periodo non proprio felice: " questo è proprio un momento di....", dal dentista: " apra la bocca, non sentirà niente e tra un momento sarà tutto finito"... Insomma no! Mo-mento è una parola che andrebbe abolita perchè si presta troppo palesemente ai bugiardi, a coloro che ti prendono in giro, non mantiene la promessa in nessun caso!
Proprio il contrario di "mo", la sua abbreviazione dialettale. Mò! vuol dire proprio adeso, nello stesso spazio temporale del suono, in quel decimo/secondo che lo pronunci e lo odi. Mo vuol dire immediatamente, faccio questo mentre lo dico e prima che finisca di udirlo. Mo si associa con il presente dell'attimo, il suo prolungamento sposta lo svolgere dell'azione nel futuro: "quando arrivi?" "mo, sto quà!" "mo devo fare il caffè" lo dici mentre stai già avvitando la caffettiera, "dammi un bacio" "quando?" "mò!" e la stai già baciando. " Mò te ne devi andare da quà!" é una frase che si accompagna con un tale tono d'urgenza che l'altro capisce benissimo, visto che stai ringhiando, che deve sparire in quel preciso secondo."Mò me la faccio addosso" lo dici mentre guardi i pantaloni e l'alone scende, in contemporanea, non è la stessa cosa se dici " tra un momento me la faccio addosso" " quando?" "tra un momento..." "ah!, tra un momento..." e già non ci credi neppure tu, che te lo scordi e la fai dopo due ore...Ora vi state chiedendo quando la smetto, vero? e, sono sicuro che vorreste sentirvi dire mò...tremate all'idea che io risponda...ancora un...momento.
sostantivo, sinonimi:
Proprio il contrario di "mo", la sua abbreviazione dialettale. Mò! vuol dire proprio adeso, nello stesso spazio temporale del suono, in quel decimo/secondo che lo pronunci e lo odi. Mo vuol dire immediatamente, faccio questo mentre lo dico e prima che finisca di udirlo. Mo si associa con il presente dell'attimo, il suo prolungamento sposta lo svolgere dell'azione nel futuro: "quando arrivi?" "mo, sto quà!" "mo devo fare il caffè" lo dici mentre stai già avvitando la caffettiera, "dammi un bacio" "quando?" "mò!" e la stai già baciando. " Mò te ne devi andare da quà!" é una frase che si accompagna con un tale tono d'urgenza che l'altro capisce benissimo, visto che stai ringhiando, che deve sparire in quel preciso secondo."Mò me la faccio addosso" lo dici mentre guardi i pantaloni e l'alone scende, in contemporanea, non è la stessa cosa se dici " tra un momento me la faccio addosso" " quando?" "tra un momento..." "ah!, tra un momento..." e già non ci credi neppure tu, che te lo scordi e la fai dopo due ore...Ora vi state chiedendo quando la smetto, vero? e, sono sicuro che vorreste sentirvi dire mò...tremate all'idea che io risponda...ancora un...momento.
lunedì 27 ottobre 2014
mercoledì 8 ottobre 2014
Il Pappo
Voglio raccontarvi un aneddoto, relativamente recente della mia vita: nel 2011 vennero sdoganati in Valsangone, 31 ragazzi e ragazze africani, provenienti dalla Libia, sbarcati a Lampedusa. (chi vorrà potra seguire tutta la faccenda seguendo questo link:http://associazionemigrantisanpaolesinelmondo.wordpress.com/ ) ma quello di cui voglio parlarvi io é una chicca che vi farà sorridere. In quel periodo io cominciai a scrivere sul blog della nostra associazione di emigranti, raccontando quasi minuto per minuto (come direbbe un inglese "live") quella mia esperienza coi i profughi. Costituimmo con dei concittadini, uno strumento importante per poterlo fare meglio: Una associazione denominata "La casa dei Popoli di Giaveno". Per motivi politici di controllo, chi amministrava allora la res publica qui, non vedeva di buon occhio che qualcosa non fosse sotto il loro controllo, così si adoperarono per potermi sottrarre l'associazione. Per poter raggiungere lo scopo, usarono le persone a me intorno che mal vedevano il mio essere così di riferimento, il mio ruolo. In quell'azione si distinsero per "impegno" contro il sottoscritto, un anziano prete in pensione, il quale non ha ancora smesso di intrigare alle spalle di qualcuno, ed un' altra ottima persona, che però rode da matti, quando il suo ruolo lo confina sul bordo delle foto: un certo B.D. Questo tizio è un uomo di cuore e possiede capacità pratiche che sono importanti in una associazione, ma non ha assolutamente l'inventiva personale e quindi è destinato ad essere sempre utile, ma assolutamente secondario nelle cose. Però, il tipo, mal si adegua ad un ruolo subalterno, soffre di quella necessità di starci nella foto, magari anche ai bordi, ma presente. Si rivelò di grande aiuto, ma non poteva (anche per impegni familiari) essere così disponibile come il sottoscritto, così collezionò qualche sassolino nella scarpa, da togliersi con una fredda vendetta nei miei confronti e quando il prete, per ordine del sindaco, mi volle mettere in condizione di non poter più seguire i ragazzi africani, trovò in lui un eccellente supporto contro di me. Insieme mi espulsero dalla Casa dei Popoli e la ridussero ad un contenitore vuoto, inutile. Ma non contenti, cercarono un appiglio per potermi tagliare gambe e braccia per sempre: fecero delle riunioni in cui il titolo di convocazione recitava così: "Valutare la possibilità di denunciare penalmente Martella per le sue azioni". Già.
Non mi trattengo a dirvi nel particolare, le cose che dovevano portare delle persone, a denunciare penalmente uno che stava dando solidarietà ai profughi, ma in questa terra, che aveva accolto i ragazzi scappati dalla guerra in Libia, con striscioni "Fora d'i ball", uno come me dà fastidio a più di qualcuno. Questo B.D. però, in un atto davvero eccessivo per il suo neurone burocrate, superò se stesso: in una lettera che era come una foto, prostrato e coi pantaloni abbassati verso la sindaca del paese, scrisse del "Pappo", il mio blog. La lettera (una copia è ancora in mio possesso) recapitatami da un amico che avrebbe dovuto partecipare alla riunione per la denuncia nei miei confronti, nel suo svolgersi, dice testualmente: "...d'altronde si può rilevare benissimo anche dal titolo del suo blog "Il Pappo", quanto il Martella sia offensivo nei vostri confronti; difatti "Il Pappo" niente altro è che un'accusa nei vostri confronti di Forza Italia, di essere cioè come i protettori delle prostitute, cioé dei "papponi", nascosto dal doppio senso ironico, dietro al quale si cela la vera natura infamante del Martella, c'è la sua accusa a voi che amministrate di fare i vostri comodi sfruttando le opportunità pubbliche..." Il B.D. usando il mio nome, sparava il suo pensiero (che in realtà condividevo sulla sindaca) ma il neurone di cui disponeva, era andato in tilt sul "Pappo" che lui proprio non aveva capito, che cavolo c'entrava come titolo del mio blog. Eppure c'era, sin dalla prima comparsa la spiegazione di cosa intendevo con quel simbolo, scritta che ancora oggi compare sulla home page del blog e che riporto con un copia e incolla: " Il Pappo...Quando il soffione sembra che muoia disfacendosi, allora il pappo vola leggero a portare lontano nuova vita..." Chiaro no? ma il povero B.D. non sapendo che il pappo è il seme del tarassaco (cicorione selvatico) che fa il fiore che si chiama dente di leone, che dopo che si trasforma in soffione e che spappolandosi porta a nuova vita dovunque riesce ad atterrare portato dal vento, suppose di trovare un'assurda accusa nei miei confronti, prelevando dal mio simbolo di fertilità, quel senso malato, che riusciva a partorire col suo neurone in debito di ossigeno come un ciclista in salita.
Il mio simbolo é in realtà dettato dalla mia vita davvero! il soffione ed il pappo sono stati miei compagni di gioco sin dall'infanzia; vivevo in campagna ed ero il più piccolo dei fratelli e mentre loro erano a scuola, al lavoro o in giro, a me non rimaneva altro che correre per i campi dietro a farfalle, serpi, rospi e...soffioni. Mettete un bambino appena in grado di camminare in un prato e cosa credete che farà? dopo aver cominciato a strappare fili d'erba, fiori, noterà quei magnifici fragili palloncini soffici e appena li avrà in mano scoprirà la loro caducità e il loro spappolarsi all'aria e volare via. da li a poco imparerà che soffiare per correre con lo sguardo dietro ai pappi, i piccoli semi con la sottile appendice che sembra un filo di cotone, volano via come i suoi giorni, saranno i suoi sogni, le sue prime scoperte, i suoi primi canti. Queste foto del mio piccolo Luca, mi ha fatto pensare oggi a quest'aneddoto ed ho voluto condividere con voi, perchè quel B.D., gira di nuovo intorno al sottoscritto che ha elaborato nuove iniziative e, se ha pensato tanto male del mio simbolo prima, chissà cosa ne trarrà fuori oggi nel vedere che porto mio figlio da piccolo nei campi a ripetere il mio gioco infantile; chissà di cosa sarà capace di accusare il mio piccolo fiore che incarna proprio quella mia frase:"...Quando il soffione sembra che muoia disfacendosi, allora il pappo vola leggero a portare lontano nuova vita..." Ecco, Luca è proprio la nuova vita che è nato da un seme volato col vento, dopo che la mia vita, soffione ormai disfatto dopo tante cadute, ha liberato nell'aria i suoi pappi. Spero sempre ch ela sorte riserva migliori amici ai miei figli, come tutti del resto facciamo, no? Ma so anche che spesso la storia si ripete sotto forma di farsa; a Gesù toccò Giuda, a me é toccato B. D. chissà come si chiamerà il suo "amico" mono neuronico?
Non mi trattengo a dirvi nel particolare, le cose che dovevano portare delle persone, a denunciare penalmente uno che stava dando solidarietà ai profughi, ma in questa terra, che aveva accolto i ragazzi scappati dalla guerra in Libia, con striscioni "Fora d'i ball", uno come me dà fastidio a più di qualcuno. Questo B.D. però, in un atto davvero eccessivo per il suo neurone burocrate, superò se stesso: in una lettera che era come una foto, prostrato e coi pantaloni abbassati verso la sindaca del paese, scrisse del "Pappo", il mio blog. La lettera (una copia è ancora in mio possesso) recapitatami da un amico che avrebbe dovuto partecipare alla riunione per la denuncia nei miei confronti, nel suo svolgersi, dice testualmente: "...d'altronde si può rilevare benissimo anche dal titolo del suo blog "Il Pappo", quanto il Martella sia offensivo nei vostri confronti; difatti "Il Pappo" niente altro è che un'accusa nei vostri confronti di Forza Italia, di essere cioè come i protettori delle prostitute, cioé dei "papponi", nascosto dal doppio senso ironico, dietro al quale si cela la vera natura infamante del Martella, c'è la sua accusa a voi che amministrate di fare i vostri comodi sfruttando le opportunità pubbliche..." Il B.D. usando il mio nome, sparava il suo pensiero (che in realtà condividevo sulla sindaca) ma il neurone di cui disponeva, era andato in tilt sul "Pappo" che lui proprio non aveva capito, che cavolo c'entrava come titolo del mio blog. Eppure c'era, sin dalla prima comparsa la spiegazione di cosa intendevo con quel simbolo, scritta che ancora oggi compare sulla home page del blog e che riporto con un copia e incolla: " Il Pappo...Quando il soffione sembra che muoia disfacendosi, allora il pappo vola leggero a portare lontano nuova vita..." Chiaro no? ma il povero B.D. non sapendo che il pappo è il seme del tarassaco (cicorione selvatico) che fa il fiore che si chiama dente di leone, che dopo che si trasforma in soffione e che spappolandosi porta a nuova vita dovunque riesce ad atterrare portato dal vento, suppose di trovare un'assurda accusa nei miei confronti, prelevando dal mio simbolo di fertilità, quel senso malato, che riusciva a partorire col suo neurone in debito di ossigeno come un ciclista in salita.
Il mio simbolo é in realtà dettato dalla mia vita davvero! il soffione ed il pappo sono stati miei compagni di gioco sin dall'infanzia; vivevo in campagna ed ero il più piccolo dei fratelli e mentre loro erano a scuola, al lavoro o in giro, a me non rimaneva altro che correre per i campi dietro a farfalle, serpi, rospi e...soffioni. Mettete un bambino appena in grado di camminare in un prato e cosa credete che farà? dopo aver cominciato a strappare fili d'erba, fiori, noterà quei magnifici fragili palloncini soffici e appena li avrà in mano scoprirà la loro caducità e il loro spappolarsi all'aria e volare via. da li a poco imparerà che soffiare per correre con lo sguardo dietro ai pappi, i piccoli semi con la sottile appendice che sembra un filo di cotone, volano via come i suoi giorni, saranno i suoi sogni, le sue prime scoperte, i suoi primi canti. Queste foto del mio piccolo Luca, mi ha fatto pensare oggi a quest'aneddoto ed ho voluto condividere con voi, perchè quel B.D., gira di nuovo intorno al sottoscritto che ha elaborato nuove iniziative e, se ha pensato tanto male del mio simbolo prima, chissà cosa ne trarrà fuori oggi nel vedere che porto mio figlio da piccolo nei campi a ripetere il mio gioco infantile; chissà di cosa sarà capace di accusare il mio piccolo fiore che incarna proprio quella mia frase:"...Quando il soffione sembra che muoia disfacendosi, allora il pappo vola leggero a portare lontano nuova vita..." Ecco, Luca è proprio la nuova vita che è nato da un seme volato col vento, dopo che la mia vita, soffione ormai disfatto dopo tante cadute, ha liberato nell'aria i suoi pappi. Spero sempre ch ela sorte riserva migliori amici ai miei figli, come tutti del resto facciamo, no? Ma so anche che spesso la storia si ripete sotto forma di farsa; a Gesù toccò Giuda, a me é toccato B. D. chissà come si chiamerà il suo "amico" mono neuronico?
mercoledì 1 ottobre 2014
La valigia di Cartone
Era il mese di agosto del 1970, quell’anno abbiamo abbandonato il paese per sempre.
In realtà, alcuni della famiglia erano già a Torino da un pezzo, presso la casa di una delle mie sorelle maggiori, sposata ed emigrata in questa città da anni. Io e mia madre eravamo rimasti in paese ad aspettare che lassù trovassero casa e lavoro e poi li avremmo raggiunti.
Dovevamo anche attendere che mia nonna, la madre di mia madre, ormai da molto tempo a letto in fin di vita, si spegnesse, non potevamo di certo lasciarla, né tampoco portarla con noi.
In realtà io non sarei mai voluto emigrare, il lavoro in paese non mi era mai mancato, mi adattavo a qualsiasi cosa e riuscivo ad avere buoni rapporti con la gente con cui lavoravo, amavo i luoghi in cui ero nato e cresciuto, ero felice per piccole cose o quando pescavo con le mani il pesce nel Fortore, eppure me ne andai.
Ero emigrato in Germania nel 1965, seguendo mio fratello di due anni più grande di me.
Da allora avevo fatto su e giù a periodi, tra questi, vissi qualche mese a Milano, dove avevo raggiunto la mia ragazza del paese, il mio primo amore, anche lei emigrata con la famiglia al nord in cerca di una vita migliore. Ero tornato dalla Germania traumatizzato dall’esperienza,volevo togliermi l’obbligo del servizio militare, per poter vivere in Italia e così, appena finito, tornai a casa.
Qui però le cose erano cambiate, gli amici erano partiti e le cose non erano più le stesse.
I paesi erano vuoti durante l’anno e d’estate i “ ciao neh?”, così venivano chiamati coloro che erano emigrati al nord, tornavano con le auto lucide e con i vestiti stirati e parevano pieni di soldi per potersi godere le vacanze al mare e correre su e giù con le macchine.
Così partii! Così partimmo tutti, con la convinzione che a nord o a sud, questo era comunque il nostro paese.
Arrivai a Porta Nuova, la stazione centrale di Torino, dopo un viaggio allucinante in treno con la febbre a quaranta, sdraiato su un asciugamano, nel corridoio di un vagone stracolmo di una umanità piena di progetti, velleità e tante scatole legate con lo spago, con mia madre e con le nostre poche cose e da quel momento mi accorsi che la mia essenza era cambiata: ero un terrone con la valigia di cartone! Torino, o meglio Grugliasco, fu subito per noi la casa, il lavoro ed una vita che giorno per giorno, si arricchiva di rapporti ed amicizie nuove. La mia mente di ragazzo emigrato, a secco di cultura, veniva trasportata verso mille avventure da stimoli nuovi ed eccitanti.
L’Italia in quegli anni era in fermento per i movimenti giovanili, che seguivano l’onda rivoluzionaria del “ Che “ e del maggio francese e si contrapponevano , sui posti di lavoro e nelle famiglie era tutta un’assemblea continua su ogni argomento: la libertà, il lavoro, la sessualità, la famiglia, il femminismo, tutte queste cose fecero su di me
Dopo un po’ ero uno dei militanti del Manifesto e suo marito.
Mi ero sposato senza neanche accorgermene, lo aveva voluto lei ed io avevo semplicemente detto ok. Avevamo trovato un alloggio in una villetta con giardino ed orto nel quartiere di “ città giardino”, periferia buona di Torino, un paradiso per noi e per me che sentivo la mancanza della terra. Il proprietario era un anziano signore piemontese, contentissimo della sposa insegnante e delle mie estrazioni contadine per via dell’orto, ma…accidenti a quel piccolo particolare….ero un terùn e lui proprio non si fidava a darci l’alloggio.
Io non mi ci ritrovavo nella visione che avevano di noi immigrati gli indigeni, mi sembrava così strano che mi chiamassero “ napuli “ o “ siciliano mafioso “ e poi, ma che voleva dire “ valigia di cartone ?” Tutte le valige erano di cartone in quegli anni, solo i signori potevano permettersi quelle belle in cuoio! Eravamo allora come gli extracomunitari di oggi, senza mestiere, senza casa e senza certezze.
Solo ora, dopo trentacinque anni di vita passati qui, comincio a sentirmi un italiano, non sento più quei nomignoli con cui venivamo etichettati.
Questo credo sia dovuto all'arrivo di stranieri da fuori. Proprio mentre qualcuno voleva ridividere il paese in regioni, il mondo s’è rimischiato in modo tale che ogni paese è una torre di babele.
Oggi siamo noi ad indicare gli altri come: extracomunitari, ladri di lavoro, clandestini.
Proprio adesso che nessuno la nomina più, la mia mente va a ritroso a quella valigia di cartone e mi piace cercare di capire, cosa volevano dire loro e cosa voleva dire per noi quella valigia, quella fragilità nella quale chiudevamo insieme alle poche cose che avevamo, tutte le nostre speranze, tutti i nostri progetti insieme alle nostre paure.
Già, le nostre vecchie inconfessate paure con le quali lasciavamo i nostri luoghi natii, i nostri affetti e i nostri morti e quelle nuove che ci nascevano e con le quali venivamo accolti nei posti sconosciuti in cui arrivavamo, con gente che parlava un altro idioma e che esponeva cartelli “ affittasi a non meridionali “, per i quali tu eri solo un terùn, un napuli, un extracomunitario.
Ecco che cosa era la nostra valigia di cartone: la nostra debolezza, nostra come di tutti i poveri del mondo costretti ad emigrare per non morire d’inedia.
È strano, ma ancora oggi non amo le valige di cuoio, se viaggio lo faccio con valige di stoffa, colorate.
Ma se ho tanta roba da portarmi dietro, cosa che mi capita di rado, chiedo aiuto e pazienza ancora alla mia vecchia valigia di cartone.
da "Dalla cenere di una quercia" Neos edizioni 2005
venerdì 27 aprile 2012
un contributo di Pino Aprile
di Pino Aprile (giornalista, autore di Terroni)
«Ma le sembra il momento di raccontarlo?», mi ha chiesto, in un dibattito alla radio, uno dei nostri maggiori storici, a proposito del mio Terroni, tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali. Mi son cascate le braccia e ho risposto: «Sono passati 150 anni, professore, e ancora non avete trovato il momento giusto per dirci come sono andate davvero le cose? Le nostre cose. Ho fatto elementari, medie, superiori, ho cambiato tre facoltà universitarie (abbandonate per il giornalismo): avessi trovato un rigo sulle stragi compiute al Sud dai piemontesi per unificare l’Italia. Stupri, torture, esecuzioni e incarcerazioni di massa; il saccheggio delle risorse del Regno delle Due Sicilie, la chiusura, persino a mano armata e sparando sugli operai, delle aziende, fra cui i più grandi stabilimenti siderurgici del tempo in Calabria, a Mongiana, o le più grandi
officine meccaniche a Pietrarsa (Napoli), studiate da tutti i paesi industrializzati contemporanei. Venne distrutta un’economia che stava costruendosi un futuro ed ebbe solo un passato».
Mi è stato anche detto che il sorprendente successo di Terroni sta generando un movimento di popolo, una sorta di leghismo del Sud, simmetrico e opposto a quello di Bossi e complici. Ma è una immeritata sopravvalutazione del libro, il cui risultato è conseguenza, non causa, di sentimenti e risentimenti ormai diffusi e in crescita al Sud. Ripeto: ci sono libri che cambiano la gente e la storia, ma Terroni non è fra questi. Mio padre non si chiamava Giuseppe e non faceva il falegname e io sono nato di febbraio. E pur avendo portato la barba per anni, sono mai stato a Treviri. Salviamo almeno le proporzioni, cercando però di non esagerare all’incontrario. «Lei non è uno storico», mi è stato rimproverato. Appunto, sono giornalista, pratico la professione che consiste nell’entrare negli argomenti con curiosità e tecniche di divulgazione. Vale per la cronaca, l’economia, lo sport, la politica, e persino (può capitare, bisogna farsene una ragione) la storia.
Insomma, se ci hanno detto che il Sud, al momento dell’Unità, era povero, arretrato e oppresso e scopro che non era vera nessuna delle tre cose, lo dico o no? Lo dico. E arrivo pure buon ultimo.
Non era povero, e ce lo avevano spiegato giganti del meridionalismo, da Giustino Fortunato (alla fine, disse che si stava meglio con i Borbone), a Francesco Saverio Nitti (da presidente del Consiglio, scoprì che quando si fece cassa comune, i due
terzi dei soldi all’Italia unita li aveva portati il Sud, e il resto d’Italia messo insieme provvide all’altro terzo), ad Antonio Gramsci. E lo ha ora dimostrato il Cnr, con lo studio sulla ricchezza prodotta, regione per regione, anno per anno, dal 1861 al 2004. Non c’era differenza fra Nord e Sud e ci vollero ottant’anni di discriminazione e rapina per concentrare nel meridione tutta la povertà del paese. Ma, pur nella ferocia dei tempi, la distribuzione di quella pari ricchezza era tale che mentre dal Nord si emigrava a milioni, dal Mezzogiorno no. In millenni la gente cominciò ad andar via dal Sud solo dopo l’Unità e la creazione di quella che poi fu chiamata Questione meridionale. Prima il sud era sempre stato terra di immigrazione, in cui erano arrivati popoli da ogni dove.
E non era arretrato. Si usa ricordare che mentre Piemonte e Lombardia avevano una vasta rete ferroviaria, il Sud, che pure era stato il primo a far viaggiare i treni, era rimasto indietro. Un confronto disonesto: se quelle regioni del Nord non hanno sbocco sul mare, il Regno delle Due Sicilie, con migliaia di chilometri di coste, aveva programmato decenni prima lo sviluppo dei commerci via mare, dotandosi della seconda flotta commerciale del continente; Napoli era la terza capitale europea, partoriva brevetti e nuove discipline (vulcanologia, archeologia, economia politica…). Se ricordi queste cose, ti rimproverano di essere nostalgico borbonico (non è; ma anche fosse?), monarchico (boom! Nemmeno se sul trono ci fossi io!), e di descrivere quel Sud bello e perduto come un Eden (il solito Galli Della Loggia, ma non solo), mentre c’erano i cafoni, le plebi. Vero, come nelle contemporanee Parigi dei Miserabili di Hugo e Londra di Dickens. E se le altrui eccellenze fanno dimenticare le plebi, le plebi meridionali cancellano le eccellenze.
Quanto all’essere oppressi (in quel Sud tomba di Pisacane, fratelli Bandiera e oppositori indigeni), Lorenzo Del Boca rammenta che a giustiziare il maggior numero di patrioti italiani non fu l’Austria, ma il Piemonte. Ai meridionali, la liberazione per mano savoiarda costò centinaia di migliaia di morti (Civiltà Cattolica scrisse: un milione), con paesi rasi al suolo e la gente bruciata viva nelle case, dopo il saccheggio e gli stupri. Tutti «briganti»!
Cominciò allora quella «educazione alla minorità» che indusse i meridionali ad accettare un ruolo subordinato e certi settentrionali a ritenersi italiani meglio riusciti, con più diritti. Ma se mi dicono che il paese fu unito da mille idealisti nordici che liberarono «quelli là», tuttora fannulloni e delinquenti, nonostante ci si sveni per loro da 150 anni, ti meravigli se non li sopporto più e divento leghista? E se sono pure razzista e li chiamo «porci» (Bossi), «topi da derattizzare» (Calderoli, come Goebbels), «merdacce mediterranee» (Borghezio), «cancro» (Brunetta).
Sconfitta la Germania di Hitler, fu indetta una conferenza stampa per comunicare la fine del nazismo e la liberazione dell’Europa. «Un passo avanti per la civiltà?», chiese un giornalista. «Cosa? Civiltà? Bella idea, qualcuno dovrebbe cominciare», fu la risposta. Cosa? Unità d’Italia? Bella idea, qualcuno dovrebbe cominciare. Almeno dopo 150 anni, visto che è stato fatto un Paese disunito: in una sua parte fornito di infrastrutture, autostrade, treni ad alta velocità; e in un’altra ci sono oggi mille chilometri di ferrovia in meno rispetto a prima della seconda guerra mondiale. Matera, capoluogo di provincia, aspetta ancora «la vaporiera» delle Fs, e l’alternativa a mulattiere asfaltate è la Salerno-Reggio Calabria.
«Ma le sembra il momento di raccontarlo?», mi ha chiesto, in un dibattito alla radio, uno dei nostri maggiori storici, a proposito del mio Terroni, tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali. Mi son cascate le braccia e ho risposto: «Sono passati 150 anni, professore, e ancora non avete trovato il momento giusto per dirci come sono andate davvero le cose? Le nostre cose. Ho fatto elementari, medie, superiori, ho cambiato tre facoltà universitarie (abbandonate per il giornalismo): avessi trovato un rigo sulle stragi compiute al Sud dai piemontesi per unificare l’Italia. Stupri, torture, esecuzioni e incarcerazioni di massa; il saccheggio delle risorse del Regno delle Due Sicilie, la chiusura, persino a mano armata e sparando sugli operai, delle aziende, fra cui i più grandi stabilimenti siderurgici del tempo in Calabria, a Mongiana, o le più grandi
officine meccaniche a Pietrarsa (Napoli), studiate da tutti i paesi industrializzati contemporanei. Venne distrutta un’economia che stava costruendosi un futuro ed ebbe solo un passato».
Mi è stato anche detto che il sorprendente successo di Terroni sta generando un movimento di popolo, una sorta di leghismo del Sud, simmetrico e opposto a quello di Bossi e complici. Ma è una immeritata sopravvalutazione del libro, il cui risultato è conseguenza, non causa, di sentimenti e risentimenti ormai diffusi e in crescita al Sud. Ripeto: ci sono libri che cambiano la gente e la storia, ma Terroni non è fra questi. Mio padre non si chiamava Giuseppe e non faceva il falegname e io sono nato di febbraio. E pur avendo portato la barba per anni, sono mai stato a Treviri. Salviamo almeno le proporzioni, cercando però di non esagerare all’incontrario. «Lei non è uno storico», mi è stato rimproverato. Appunto, sono giornalista, pratico la professione che consiste nell’entrare negli argomenti con curiosità e tecniche di divulgazione. Vale per la cronaca, l’economia, lo sport, la politica, e persino (può capitare, bisogna farsene una ragione) la storia.
Insomma, se ci hanno detto che il Sud, al momento dell’Unità, era povero, arretrato e oppresso e scopro che non era vera nessuna delle tre cose, lo dico o no? Lo dico. E arrivo pure buon ultimo.
Non era povero, e ce lo avevano spiegato giganti del meridionalismo, da Giustino Fortunato (alla fine, disse che si stava meglio con i Borbone), a Francesco Saverio Nitti (da presidente del Consiglio, scoprì che quando si fece cassa comune, i due
terzi dei soldi all’Italia unita li aveva portati il Sud, e il resto d’Italia messo insieme provvide all’altro terzo), ad Antonio Gramsci. E lo ha ora dimostrato il Cnr, con lo studio sulla ricchezza prodotta, regione per regione, anno per anno, dal 1861 al 2004. Non c’era differenza fra Nord e Sud e ci vollero ottant’anni di discriminazione e rapina per concentrare nel meridione tutta la povertà del paese. Ma, pur nella ferocia dei tempi, la distribuzione di quella pari ricchezza era tale che mentre dal Nord si emigrava a milioni, dal Mezzogiorno no. In millenni la gente cominciò ad andar via dal Sud solo dopo l’Unità e la creazione di quella che poi fu chiamata Questione meridionale. Prima il sud era sempre stato terra di immigrazione, in cui erano arrivati popoli da ogni dove.
E non era arretrato. Si usa ricordare che mentre Piemonte e Lombardia avevano una vasta rete ferroviaria, il Sud, che pure era stato il primo a far viaggiare i treni, era rimasto indietro. Un confronto disonesto: se quelle regioni del Nord non hanno sbocco sul mare, il Regno delle Due Sicilie, con migliaia di chilometri di coste, aveva programmato decenni prima lo sviluppo dei commerci via mare, dotandosi della seconda flotta commerciale del continente; Napoli era la terza capitale europea, partoriva brevetti e nuove discipline (vulcanologia, archeologia, economia politica…). Se ricordi queste cose, ti rimproverano di essere nostalgico borbonico (non è; ma anche fosse?), monarchico (boom! Nemmeno se sul trono ci fossi io!), e di descrivere quel Sud bello e perduto come un Eden (il solito Galli Della Loggia, ma non solo), mentre c’erano i cafoni, le plebi. Vero, come nelle contemporanee Parigi dei Miserabili di Hugo e Londra di Dickens. E se le altrui eccellenze fanno dimenticare le plebi, le plebi meridionali cancellano le eccellenze.
Quanto all’essere oppressi (in quel Sud tomba di Pisacane, fratelli Bandiera e oppositori indigeni), Lorenzo Del Boca rammenta che a giustiziare il maggior numero di patrioti italiani non fu l’Austria, ma il Piemonte. Ai meridionali, la liberazione per mano savoiarda costò centinaia di migliaia di morti (Civiltà Cattolica scrisse: un milione), con paesi rasi al suolo e la gente bruciata viva nelle case, dopo il saccheggio e gli stupri. Tutti «briganti»!
Cominciò allora quella «educazione alla minorità» che indusse i meridionali ad accettare un ruolo subordinato e certi settentrionali a ritenersi italiani meglio riusciti, con più diritti. Ma se mi dicono che il paese fu unito da mille idealisti nordici che liberarono «quelli là», tuttora fannulloni e delinquenti, nonostante ci si sveni per loro da 150 anni, ti meravigli se non li sopporto più e divento leghista? E se sono pure razzista e li chiamo «porci» (Bossi), «topi da derattizzare» (Calderoli, come Goebbels), «merdacce mediterranee» (Borghezio), «cancro» (Brunetta).
Sconfitta la Germania di Hitler, fu indetta una conferenza stampa per comunicare la fine del nazismo e la liberazione dell’Europa. «Un passo avanti per la civiltà?», chiese un giornalista. «Cosa? Civiltà? Bella idea, qualcuno dovrebbe cominciare», fu la risposta. Cosa? Unità d’Italia? Bella idea, qualcuno dovrebbe cominciare. Almeno dopo 150 anni, visto che è stato fatto un Paese disunito: in una sua parte fornito di infrastrutture, autostrade, treni ad alta velocità; e in un’altra ci sono oggi mille chilometri di ferrovia in meno rispetto a prima della seconda guerra mondiale. Matera, capoluogo di provincia, aspetta ancora «la vaporiera» delle Fs, e l’alternativa a mulattiere asfaltate è la Salerno-Reggio Calabria.
2 Responses to “Quel nord che ha educato i meridionali alla minorità”
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Tanti sono come me all’oscuro di ciò (o non si addentrano più di tanto) ed in un mondo “pilotato” quasi si tralascia questo aspetto. E’ proprio vero, come scrive il Sig. Aprile, <>. Colpa dell’ignoranza o del silenzio a cui noi “italiani” siamo sottoposti. Così come approvo che i meridionali trapiantati al nord sono peggiori dei settentrionali al nord (11 anni di Torino insegnano).
Un grazie a tutti voi che ci state facendo aprire gli occhi e che state risvegliando il nostro orgoglio meridionale. Per favore continuate e soprattutto siate più “visibili” con mezzi popolari alle grandi masse (iniziative cittadine, programmi tv, radio). Svelateci la verità con le vostre ricerche.