venerdì 27 aprile 2012

un contributo di Pino Aprile

di Pino Aprile (giornalista, autore di Terroni)
Pino Aprile
«Ma le sembra il momento di raccontarlo?», mi ha chiesto, in un dibattito alla radio, uno dei nostri maggiori storici, a proposito del mio Terroni, tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali. Mi son cascate le braccia e ho risposto: «Sono passati 150 anni, professore, e ancora non avete trovato il momento giusto per dirci come sono andate davvero le cose? Le nostre cose. Ho fatto elementari, medie, superiori, ho cambiato tre facoltà universitarie (abbandonate per il giornalismo): avessi trovato un rigo sulle stragi compiute al Sud dai piemontesi per unificare l’Italia. Stupri, torture, esecuzioni e incarcerazioni di massa; il saccheggio delle risorse del Regno delle Due Sicilie, la chiusura, persino a mano armata e sparando sugli operai, delle aziende, fra cui i più grandi stabilimenti siderurgici del tempo in Calabria, a Mongiana, o le più grandi
La locomotiva 640-088 sul binario di corsa dell'Opificio di Pietrarsa
officine meccaniche a Pietrarsa (Napoli), studiate da tutti i paesi industrializzati contemporanei. Venne distrutta un’economia che stava costruendosi un futuro ed ebbe solo un passato».
Mi è stato anche detto che il sorprendente successo di Terroni sta generando un movimento di popolo, una sorta di leghismo del Sud, simmetrico e opposto a quello di Bossi e complici. Ma è una immeritata sopravvalutazione del libro, il cui risultato è conseguenza, non causa, di sentimenti e risentimenti ormai diffusi e in crescita al Sud. Ripeto: ci sono libri che cambiano la gente e la storia, ma Terroni non è fra questi. Mio padre non si chiamava Giuseppe e non faceva il falegname e io sono nato di febbraio. E pur avendo portato la barba per anni, sono mai stato a Treviri. Salviamo almeno le proporzioni, cercando però di non esagerare all’incontrario. «Lei non è uno storico», mi è stato rimproverato. Appunto, sono giornalista, pratico la professione che consiste nell’entrare negli argomenti con curiosità e tecniche di divulgazione. Vale per la cronaca, l’economia, lo sport, la politica, e persino (può capitare, bisogna farsene una ragione) la storia.
Insomma, se ci hanno detto che il Sud, al momento dell’Unità, era povero, arretrato e oppresso e scopro che non era vera nessuna delle tre cose, lo dico o no? Lo dico. E arrivo pure buon ultimo.
Non era povero, e ce lo avevano spiegato giganti del meridionalismo, da Giustino Fortunato (alla fine, disse che si stava meglio con i Borbone), a Francesco Saverio Nitti (da presidente del Consiglio, scoprì che quando si fece cassa comune, i due
Francesco Saverio Nitti
terzi dei soldi all’Italia unita li aveva portati il Sud, e il resto d’Italia messo insieme provvide all’altro terzo), ad Antonio Gramsci. E lo ha ora dimostrato il Cnr, con lo studio sulla ricchezza prodotta, regione per regione, anno per anno, dal 1861 al 2004. Non c’era differenza fra Nord e Sud e ci vollero ottant’anni di discriminazione e rapina per concentrare nel meridione tutta la povertà del paese. Ma, pur nella ferocia dei tempi, la distribuzione di quella pari ricchezza era tale che mentre dal Nord si emigrava a milioni, dal Mezzogiorno no. In millenni la gente cominciò ad andar via dal Sud solo dopo l’Unità e la creazione di quella che poi fu chiamata Questione meridionale. Prima il sud era sempre stato terra di immigrazione, in cui erano arrivati popoli da ogni dove.
E non era arretrato. Si usa ricordare che mentre Piemonte e Lombardia avevano una vasta rete ferroviaria, il Sud, che pure era stato il primo a far viaggiare i treni, era rimasto indietro. Un confronto disonesto: se quelle regioni del Nord non hanno sbocco sul mare, il Regno delle Due Sicilie, con migliaia di chilometri di coste, aveva programmato decenni prima lo sviluppo dei commerci via mare, dotandosi della seconda flotta commerciale del continente; Napoli era la terza capitale europea, partoriva brevetti e nuove discipline (vulcanologia, archeologia, economia politica…). Se ricordi queste cose, ti rimproverano di essere nostalgico borbonico (non è; ma anche fosse?), monarchico (boom! Nemmeno se sul trono ci fossi io!), e di descrivere quel Sud bello e perduto come un Eden (il solito Galli Della Loggia, ma non solo), mentre c’erano i cafoni, le plebi. Vero, come nelle contemporanee Parigi dei Miserabili di Hugo e Londra di Dickens. E se le altrui eccellenze fanno dimenticare le plebi, le plebi meridionali cancellano le eccellenze.
Quanto all’essere oppressi (in quel Sud tomba di Pisacane, fratelli Bandiera e oppositori indigeni), Lorenzo Del Boca rammenta che a giustiziare il maggior numero di patrioti italiani non fu l’Austria, ma il Piemonte. Ai meridionali, la liberazione per mano savoiarda costò centinaia di migliaia di morti (Civiltà Cattolica scrisse: un milione), con paesi rasi al suolo e la gente bruciata viva nelle case, dopo il saccheggio e gli stupri. Tutti «briganti»!
Cominciò allora quella «educazione alla minorità» che indusse i meridionali ad accettare un ruolo subordinato e certi settentrionali a ritenersi italiani meglio riusciti, con più diritti. Ma se mi dicono che il paese fu unito da mille idealisti nordici che liberarono «quelli là», tuttora fannulloni e delinquenti, nonostante ci si sveni per loro da 150 anni, ti meravigli se non li sopporto più e divento leghista? E se sono pure razzista e li chiamo «porci» (Bossi), «topi da derattizzare» (Calderoli, come Goebbels), «merdacce mediterranee» (Borghezio), «cancro» (Brunetta).
Sconfitta la Germania di Hitler, fu indetta una conferenza stampa per comunicare la fine del nazismo e la liberazione dell’Europa. «Un passo avanti per la civiltà?», chiese un giornalista. «Cosa? Civiltà? Bella idea, qualcuno dovrebbe cominciare», fu la risposta. Cosa? Unità d’Italia? Bella idea, qualcuno dovrebbe cominciare. Almeno dopo 150 anni, visto che è stato fatto un Paese disunito: in una sua parte fornito di infrastrutture, autostrade, treni ad alta velocità; e in un’altra ci sono oggi mille chilometri di ferrovia in meno rispetto a prima della seconda guerra mondiale. Matera, capoluogo di provincia, aspetta ancora «la vaporiera» delle Fs, e l’alternativa a mulattiere asfaltate è la Salerno-Reggio Calabria.


2 Responses to “Quel nord che ha educato i meridionali alla minorità”

  1. E’ vero Pino, sei “troppo” morbido! Se non scassinavamo gli archivi di Stato con la nostra curiosità, con il nostro impegno, non sarebbe mai venuta fuori una parola di tutte queste verità su la sottomissione del sud. Ancora oggi provano ad invitare alle trasmissioni mattutine della Rai3, quando tentano ancora di far passare attraverso docenti, supini e proni, al potere economico(e storico) del nord, fandonie come:”… i mille di garibaldi erano tutti letterati e colti…) (Sich!) L’imbarazzato presentatore ha cambiato subito scena e domanda…Non voglio riprendere tutto il tuo articolo, non ci serve, vorrei invece porre una unica domanda a chiunque voglia darmi una risposta, fosse anche il mio vicino di casa, giuro che l’ascolterò: ” Chi é, di grazia, che dovrebbe decidere quando sarebbe il momento opportuno di farci sapere come andarono le cose? Dovremmo aspettarci un Decreto Legge? Una Commissione Parlamentare? Un permesso Paterno dei nostri Tutori del Nord? Chi Cristo deve decidere quando “sarebbe il Momento? Da quale Autorità Celeste deve discendere il Permesso? Ed il fatto che ci dicono che:” Non é il momento…” non é, di fatto, la dimostrazione che hanno deciso SEMPRE per noi? Chiedendo ad una assessora comunale di Torino(PD, all’immigrazione) gli chiesi cosa ne pensasse di questi movimenti meridionalisti mi ha risposto disgustata:” Dementi nostalgici Borbonici, mi fanno venire il voltastomaco…” Le chiesi come mai riusciva a trovare normale il ritorno dei Savoia, dello spazio che il decerebrato di casa trovi tanto spazio nella televisione italiana, che gli si faccia fare di tutto e di più, e che lo si continui a chiamare “principe”…mi ha risposto che in televisione comanda Berlusconi. Ma vaffà…..
  2. neo scrive:
    Premetto. sono un Sottufficiale dell’ E.I. (e giurai fedeltà all’ Italia), originario della provincia di Lecce (e 11 anni di servizio trascorsi a Torino). Tutto è iniziato qualche settimana fa quando ho comprato il libro “Terroni”. Lo ammetto, finora conoscevo la storia per come l’ho studiata sui libri; nessuna opera critica in merito al tema del risorgimento (mi appassionano di più le due guerre mondiali). D’altronde forse questo si rivela come l’unico periodo storico dove gli eroi hanno un volto ed un nome (uscimmo vittoriosi, e malconci, anche nella prima guerra mondiale ma di “eroe” ci si ricorda solo del Piave). Ed un pò come nel calcio, esprimi euforia nel sapere che la tua “squadra” (magari piena zeppa di Maradona, Pelè, Platini, Crujff, eroi dell’epoca) vinse contro una squadra straniera. La cosa ti esalta. E così ti fanno credere. La questione meridionale la identifichi come un fatto genetico, sociale e territoriale, non cerchi il “perchè?”. Poi ti imbatti in un libro come “Terroni” e rimani scioccato (anche per quanto mi senta ignorante in tutto ciò che è successo). Visitando anche dei siti come questo o come quello del Corriere della Sera con il “penoso” commento del giornalista Messina (tra l’altro con quel suo evidenziare che il numero dei caduti sabaudi in meridione è più alto di tutti i caduti messi insieme nelle altre battaglie del risorgimento. MAH!), a cui ha contrabattuto MAGNIFICAMENTE il prof. De Crescenzo, sto realizzando una nuova coscienza. E pensare che in questi giorni ho FATTO rappresentanze militari proprio sul tema del risorgimento e dei suoi ideali di libertà (con tanto di visione di drappi, uniformi e sciabole “eroiche……. convenzionali”.
    Tanti sono come me all’oscuro di ciò (o non si addentrano più di tanto) ed in un mondo “pilotato” quasi si tralascia questo aspetto. E’ proprio vero, come scrive il Sig. Aprile, <>. Colpa dell’ignoranza o del silenzio a cui noi “italiani” siamo sottoposti. Così come approvo che i meridionali trapiantati al nord sono peggiori dei settentrionali al nord (11 anni di Torino insegnano).
    Un grazie a tutti voi che ci state facendo aprire gli occhi e che state risvegliando il nostro orgoglio meridionale. Per favore continuate e soprattutto siate più “visibili” con mezzi popolari alle grandi masse (iniziative cittadine, programmi tv, radio). Svelateci la verità con le vostre ricerche.

mercoledì 17 agosto 2011

Gnocchi in piazza


Gnocchi in piazza

Doveva essere una serata normale. Una serata di gnocchi da mangiare insieme, come ogni anno, nella piazzetta della borgata. Come ogni anno, tanto per stare insieme, potersi salutare dopo un anno di lavoro in città e di una vita isolata, per coloro che restano ad abitare un pezzo del paese sui bordi del suo confine. Doveva essere così anche quest’anno: col solito Andrea Tasso ad organizzare il nugolo di ragazzi sempre più giovanotti e signorine, che partecipano pienamente, per non restare avvolti dal troppo silenzio, là dove le case sono rade e le ombre dei castagni e dei faggi già avvolgono, con le loro ombre lunghe, la piazzetta del Freinetto, nei pomeriggi d’agosto. Questo doveva essere, senza che nessuno si aspettasse o volesse niente di diverso da quello che era stato negli anni precedenti: Un piatto di gnocchi in piazza, per stare insieme. Ma questo paese, Coazze, insieme alla capacità di far rinchiudere anche i più esuberanti in un silenzioso intimo raccogliersi nel proprio privato, ha anche quella di rimettere nelle mani di ogni persona, il proprio arbitrio. La scritta sul suo campanile, letta in positivo, lascia campo libero: Ognuno a suo modo.
Così il vitale Andrea, sfatando la leggenda che vuole il Tasso un tenace dormiglione, pensa di fare una sorpresa a tutti i convitati: Invita alla serata, gli amici conosciuti sul campetto della chiesa di quel famoso campanile con la scritta. Ha già combinato qualche partita con loro, stretto un rapporto quasi di parentela col loro allenatore, tal Renzo Bertino da Giaveno e, come due compagni di merenda che ne stanno architettando una bella, s’inventano unanota di colore, per ravvivare il piccolo borgo. All’inizio è sempre così: i forestieri se ne stanno un pò in disparte, discutendo forse tra loro di questo strano paese in cui sono capitati non per loro scelta, mentre i borghigiani si salutano tra loro e smorzano qualche sorriso all’indirizzo dei nuovi arrivati. Guardano incuriositi quella macchia di colore che si staglia come una mora, contro il muro della casa di fronte. Poi qualcuno deve pur smuovere l’acqua nello stagno e, visto che é nata proprio per perseguire questo obbiettivo, ci pensano il presidente ed il vice della Casa dei Popoli di Giaveno. Al megafono dei Giovani Freinettesi ( ma si dirà così?) il vicepresidente della Casa spiega in qualche modo il motivo della loro presenza e quella dei loro ragazzi di Forno “… Siamo nati per disturbare ilsonno altrui…per promuovere e incanalare l’incontro di culture e popoli diversi...”  Mentre don Luciano Allais lo sorregge con la sua presenza tranquillizzante e poi…E poi basta…siamo qui per mangiare insieme: mangiamo. la macchia di colore si sposta dal muro della villa e si dilata su tre tavoli, i borghiggiani e i villeggianti si stringono intorno ai tavoli vuoti circondandoli e i ragazzi e le fanciulle cominciano a sfilare tra i tavoli con i vassoi di pane e salame e con…piano con quel vino! Serata e Cena scorrono via veloci, mentre un dj improvvisato lascia partire da dietro un angolo che lo cela alla vista, un pò di musica a rallegrare la serata. Per una volta anche loro disturbatori di un sonno abituato a prendere i residenti alle prime ore del calar delle oscure ombre delle giovani notti di Freinetto. La macchia di colore ospite della serata, comincia ad ondeggiare, loro alla musica non sanno proprio come fare a resistere. Qualcuno si stacca, dal gruppo e comincia a conquistare fazzoletti di spazio di quella terra che li ha accolti con sospetto, persino con un poco di ostracismo. Silvius  si accaparra il microfono e la macchia lo circonda. Cantano timidamente una delle loro canzoni, voci tribali si infiltrano tra le case della borgata sperdendosi nei boschi, cantano e ondeggiano, qualcuno si attarda, ma tutti si stringono intorno al fratello, per non lasciarlo solo e non restare isolato. Sembrano le sardine quando fanno il pallone…il canto diventa una seconda canzone e poi un’altra, in un crescendo di gioia e di battimani. Poi entra in scena Ogogo, il giovane africano è fisicamente un guerriero. La sua donna (vent’anni o poco più, in attesa di un figlio)  lo ha preparato alla serata riempiendogli la testa di treccine che lo rendono ancora più agreste. Sembra  Mandinga (gigantesco guerriero cinematografico degli anni settanta del secolo scorso) e, proprio lui, comincia a chiedere al dj di mettere un pò di musica africana. I giovani italiani sono ( grazie a Dio) di larghe vedute e concedono al loro ospite uno spicchio del loro territorio, la musica tribale comincia a rodere il silenzio, si espande e…Mandingaballa. Balla come se fosse l’ora del suo spettacolo e trascina gli altri, i suoi amici ed anche i suoi nuovi amici in una voglia di ballare e di divertirsi. Lui fa girare intorno a se tutta la gioventù italiana, abbraccia una ardita signora e la fa volteggiare regalandole un ricordo di gioventù, uno spumone… le macchie si confondono, quella bianca e quella nera ora i mischiano e si riformano, e non sono più macchie di colore distinte:sono solo giovani tra giovani, persone ed altre persone non altre. Sono solo loro: tante persone insieme, quella che qualcuno chiama gente. Ed Andre Tasso,  viene travolto dalla sorpresa ricevuta da quella che lui aveva pensato di regalare agli altri. Non è stata una serata di gnocchi in piazza, non solo, ma non è stata nemmeno una serata speciale. E’ stato solo quello che succede normalmente quando due culture si incontrano e si conoscono, non osteggiandosi a vicenda. Senza supremazia, rispettandosi.

domenica 31 luglio 2011

" Dategli da mangiare voi..."

Oggi, in chiesa, l’omelia di don Gianni racconta del miracolo dei pani e dei pesci. Chi non la conosce? Il nostro parroco, ha la capacità di rendere sempre attuali le sue prediche.  Mentre lui parla  scorrono le immagini  della collina piena di gente affamata, passano  davanti agli occhi come fosse oggi, appena fuori dalla chiesa. E le sue parole hanno un senso forte “…i  discepoli chiesero a Gesù di provvedere a dar da mangiare ai convenuti e Cristo disse loro: “dategli da mangiare voi stessi…”  Insomma  la parabola dei pani e dei pesci moltiplicati la conoscete tutti. Anche quelli che come me, sono stati lontani una vita intera dalle parole di un prete, dall’atmosfera di una chiesa. Quello che mi ha colpito oggi erano quelle parole che non conoscevo “…Potete dargli da mangiare voi stessi…” coincidono in un modo sconvolgente con quello che avevamo proposto come Casa dei Popoli, sconvolgente perché semplice e immediato: ” AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA” l’avevamo chiamata, e vi giuro che nessuno pensava al deserto e ai cinquemila accorsi al richiamo di Gesù, ma piuttosto alla canzone di Jonny Dorelli e alle sue parole.
Ma don Gianni ripete “...sfamateli voi… disse il Cristo…”  Ed eccoli li, davanti ai miei occhi, i profughi di Forno che mi sembrano attendere, isolati lassù tra i boschi, a dieci chilometri dalle parole di don Gianni,  che qualcuno li vada a trovare per prenderli per mano e dirgli ” Vieni fratello, ascoltiamo le parole di Cristo, io ti sfamerò. Dividerò col te il mio cibo, in memoria di quel miracolo…” Macchè…non è successo, non è mai successo che qualcuno salisse e aggiungesse un posto a tavolo la domenica. La nostra proposta non era “…ben definita…” secondo un abitante della nostra Casa. Già, avremmo dovuto definirla meglio…e se lo dice lui che è cattolico anzi… di più. Ma come avrebbe dovuto definirla Gesù quella proposta? Lui disse ai suoi discepoli ” ...sfamateli voi...” non c’era niente da definire. Fatelo in prima persona. Questo diceva, non aspettate che qualcun’altro lo debba fare prima di voi. Fatelo per cristianesimo, per solidarietà umana, per bontà. Fatelo per quello che credete sia più aderente alle vostre idee, ma fatelo. Chi aspetta di essere nutrito, non può attendere che  la proposta sia “meglio definita”   e…attenti…non credo che il cibo di cui hanno bisogno i nostri amici profughi sia quello della pancia. E’ vero, a tavola mangiano, ma è della vostra amicizia che si nutrono, del vostro tendergli la mano. Proprio come la folla intorno a Gesù. E se vi guardate bene intorno, coloro che hanno bisogno di una mano, diventano ogni giorno di più.  Non solo tra i neri. Siate pronti ad accogliere colui che arriva nel nome di Gesù. Siate pronti a dare una mano a vostro fratello, non aspettate che lo faccia qualcun altro per voi, non aspettate una proposta meglio definita. Non l’avevamo fatta solo per gli altri. Quelli della Casa avremmo dovuto tendere la mano…sfamare i convenuti su quella montagna…questo forse avrebbe definito meglio la proposta.

mercoledì 25 maggio 2011

Aggiungi un posto a tavola

http://casadeipopoli.wordpress.com/2011/05/25/la-casa-al-varo/
La Casa dei Popoli
Va bene, la nave è partita.
Al Varo non c’era tutta la gente che avremmo voluto ma si sa, quando si parte per una avventura culturale, le menti ricettive si contano sparute tra le sedie vuote, a differenza delle frotte delle voci e colori di una festa patronale.
Coloro che staccano un biglietto per un viaggio simile, e puntano la prua verso mari aperti, sono menti libere, persone disposte a pagare il pedaggio per cercare l’avventura di saziare l’anima, di scoprire i loro limiti nell’essere uomini e donne solidali con gli altri. Capaci di mettere in discussione se stessi e la loro vita fin qui. Giovane o meno che sia.
Abbiamo detto che la Casa dei Popoli nasceva soprattutto per noi, per noi tutti, perché nei piccoli centri in cui noi viviamo, gli altri non esistono o, almeno non dovrebbero essercene. Gli altri abitano le grandi città, le metropoli, dove le persone si chiamano genti  e spesso hanno un numero al posto di un nome, non in paesi così a dimensione d’uomo come i nostri Comuni. Giaveno, al pari di Trana, Reano, Villarbasse, Coazze e Cumiana; così come Avigliana eSant’Ambrogio e gli altri paesi della Valsusa. In tutti quei piccoli paesi che di notte, dalla sacra di San Michele, sembrano un perlage di luci di un presepio, no, qui no, non ci sono altri.
Qui siamo noi che ci viviamo e noi siamo qualche Fernando, molti Giorgio, sparuti Biagio, tantissimi Michele, Luca e infinte Rose, Maria, Eva, Sandra e Claudia ed una lunga sfilza di nomi di uomini e donne che meraviglia come il cervello umano possa ricordare tutti dandogli un posto speciale ad ognuno, facendoli alloggiare dentro di noi, rendendoli parte di ognuno: Noi formati da quello che siamo insieme a tanti altri e noi dentro ognuno di loro. Questo nostro cervello è la casa di tutti quelli con cui veniamo in contatto e con tanti altri che la tecnologia moderna ci mette a confronto. La nostra testa è la casa di un variegato popolo che la abita. Noi non abbiamo fatto altro che questo: tirare fuori questo nostro mondo e metterlo in comunione con gli altri. Quello che è nostro nessuno ce lo può portare via; condividendolo con gli altri possiamo solo moltiplicarlo insieme alla ricchezza che si accumula dentro di noi, facendoci scoprire che abbiamo ancora tanto spazio da poter alloggiare senza fine persone, odori e suoni all’infinito. L’arrivo dei ragazzi di Forno, i profughi africani provenienti da Lampedusa, ci ha solo posto di fronte alla prova pratica di cosa siamo in grado di fare per gli altri, mettendo alla prova ciò che diciamo e che pensiamo sempre di essere in grado di fare, ma che mai sperimentiamo sul serio fino in fondo. Eccoci! Abbiamo risposto Presente! Alla prova di fuoco del nostro battesimo. Abbiamo realizzato qualche desiderio di giovani impauriti da ciò che avevano visto e che si ritengono fortunati per il sol fatto di essere giunti sani e salvi nel nostro Paese in festa per i suoi 150 anni di unità nazionale, e per i suoi 65 anni e oltre di pace. Abbiamo raccolto qualcosa per loro, fatto a meno di qualcosa per noi per condividerlo con giovani ai quali la vita non ha dato fin’ora niente, oltre che se stessa, e non siamo morti, nè abbiamo perso peso (purtroppo). Ora però vogliamo provare a fare qualcosa di più. Ora non vogliamo più fare qualcosa solo perché abbiamo noi la necessità di sentirci buoni. Ora noi DOBBIAMO  e VOGLIAMOP SUPERARCI. Da mezzo secolo il popolo italiano canta un vecchio successo di Jhonny Dorelli: “Aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più…” questa era una canzone che piaceva ai credenti e ai compagni agnostici, li faceva sentire pronti e buoni entrambi, ma non mi risulta sia praticata da molti. Ora noi alziamo il tiro, vogliamo provare (e ci vogliamo riuscire), questo il nostro primo obbiettivo: VOGLIAMO TROVARE 15 FAMIGLIE CHE ALLA DOMENICA AGGIUNGANO DUE SEDIE A TAVOLA PER OSPITARE A PRANZO UNA COPPIA DI QUESTI GIOVANI AFRICANI. Riceviamo solidarietà scrivendo alla Casa dei Popoli per prenotarvi, per offrire il vostro sostegno e per potervi fare un regalo : due amici a tavola la domenica. Coraggio vediamo di che cosa è fatta la solidarietà italiana, facciamo onore alla nostra Nazione nel suo compleanno. Si ricevono iscrizioni scrivendo a:
casadeipopoligiaveno@gmail.com  oppure telefonando ai seguenti numeri:
Fernando Martella 333,3169237 –  Fulvio Fiore 348,2210849

La Casa e i suoi abitanti

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